Resoconto della presentazione del 14 gennaio 2010 alla villa Pallavicini (parte uno)

22 gennaio 2010

Giovedì 14 gennaio alle ore otto ricordo che sono uscita dal lavoro per recarmi in via Meucci 3 alla villa Pallavicini alla presentazione del libro Sgabello, pubblicato da Untitl.ed editore esattamente due mesi fa. Sono andata giù per Nino Bixio e ho girato a destra, sono andata verso la metropolitana. Prima di uscire, al lavoro avevo aperto un pacco di mele da quattro e ne avevo lavata una in bagno. Nel tragitto verso la metropolitana ho cominciato a dargli delle morsicate, che sono terminate agli ultimi scalini che portavano dritto dritto alla metro. In verità la mela non l’avevo ancora finita, ma visto che di scalini non ce n’erano più, gli ho dato dei morsi grossi e ho così deciso che l’avevo finita. Anche perché avevo pensato che mangiare la mela dentro i vagoni della metro mi sembrava un po’ azzardato, e visto che già mi aspettava una serata che non sapevo cosa sarebbe successo, ho pensato che era meglio per tutti se la finivo subito questa mela, e non pensiamoci più basta. Inoltre nella strada per la metro avevo notato delle persone che mi guardavano le mani, e mi ero accorta che mangiavo la mela con i guanti e questo non faceva un buon effetto su di me. Non sapevo se quella sera sarei riuscita a mangiare, erano le otto e un quarto circa, e calcolando il tempo che avrei impiegato, circa quaranti minuti, perché la sera prima mi ero già recata in via Meucci per conoscere il posto e vedere l’editore Anna Maria Palladino, e avevo già visto che anche sbagliando fermata ci avrei messo al massimo quaranta minuti, non sapevo comunque se avrei mangiato. Quindi il pomeriggio, intorno alle quattro meno un quarto, prima di dirigermi al lavoro ero entrata alla sma e avevo comprato un vassoio di mele che ha solo la sma che si chiamano Pink lady, in pratica sono mele di color fucsia, una specie di ibrido tra le mele rosse e quelle verdissime, che non si sa come vengono fuori fucsia, un colore che se si è stati attenti ultimamente è molto diffuso tra le ragazzine. Ma io non le prendo certo perché sono fucsia ma perché mi piacciono come sono dentro. Se adesso fossimo in una stazione di polizia e avessimo davanti un carabiniere che compila il suo verbale mi direbbe di andare avanti. Allora accontono le mele un attimo, ma più avanti forse torneranno.

Quindi, dopo aver buttato con un po’ di dispiacere una mela mangiata a metà in un cestino all’entrata della metro sono entrata e ho estratto dal portafoglio un biglietto che avevo precedentemente comprato al tabacchi, giusto qualche minuto prima delle quattro, dopo essere stata dalla sma, prima di recarmi al mio lavoro pomeridiano. Ho timbrato e ho corso i restanti scalini, avendo sentito mentre timbravo che stava arrivando la metro, ma la mia piccola corsa si è fermata davanti alle porte di un vagone che mi si è chiuso davanti la faccia ed è partito. Così ho guardato il display che indica in quanti minuti passerà il metro successivo, e sono andata a sedermi davanti a uno schermo che diceva che erano previsti banchi di nebbia nella pianura padana. Poi il metro è arrivato e sono salita. Erano circa le otto e venti quando ho visto l’orologio ed ero arrivata alla fermata di Loreto. Così ho lasciato il vagone e ho camminato nei tunnel interni, pieni di negozi. Ho pensato che dovevo essere in anticipo perché la salumeria che si trova davanti a dove si timbrano i biglietti non aveva ancora spento le luci, e ho pensato che dovevo davvero essere in anticipo perché la volta prima quando ero passata avevo visto le luci dei locali spegnersi da sole, e mi era sembrato un avvenimento un po’ magico, una specie di buon segno, e poi da una cabina era uscito un uomo, che si era messo su il berretto ed era uscito. Allora ho superato la salumeria buia e ho svoltato a destra. Nel tunnel c’erano altre vetrine di negozi tutte spente. Ho visto che c’era un negozio di arredamenti con dentro una sedia, e ho pensato se dopo, quella sera, avrei letto in piedi o su uno sgabello, ma l’idea di leggere su uno sgabello sinceramente non mi piaceva molto perché mi sembra un po’ così, sarebbe come se Nabokov, il primo libro che mi viene in mente, si portasse una lolita da tenere di fianco mentre legge. Non è forse molto adatto come paragone, comunque sono andata dritta nel tunnel, e c’erano degli indiani con la schiena appoggiata al muro e le mani nelle tasche con davanti la loro merce coi cappelli i guanti gli ombrelli le calze e le mutande su un lenzuolo bianco steso a terra, che guardavano chi passava. Allora ho girato a destra e sono andata verso l’uscita che sapevo già che era quella giusta, perché il giorno prima l’avevo sperimentata, ma che anche gli anni precedenti avevo imparato a conoscere, come forse tutti quelli che vivono da quelle parti. Infatti la fermata di Loreto, è esattamente sotto piazzale Loreto, quel posto dove avevano impiccato Mussolini e dove anche, mi aveva detto un mio amico, abitava uno scrittore che vive in uno degli ultimi piani dei grandi palazzoni che adesso ci sono tutti lì intorno alla piazza, che era uno, mi aveva detto, che sta lì appoggiato alla finestra, perché la notte non riesce a dormire e guarda fuori, aspettando che gli venga in mente qualcosa da scrivere, e poi non gli viene niente allora scende i trenta piani e con su il cappotto fa delle passeggiate giù da basso, tutto solo guarda per terra con le mani dentro la giacca e poi torna su e va a dormire. Data la grandezza della piazza, ci sono almeno dieci uscite diverse della metro che portano su, e se si prende quella sbagliata, possono passare anche delle mezz’ore prima di azzeccare quella buona, come una volta che mi ero data appuntamento con un mio amico lì nella piazza, e prima di riuscire a incontrarci erano passati tre quarti d’ora fino a quando uno dei due deve aver detto Stai fermo dove sei che vengo io. Dunque a questo punto siamo a giovedì 14 gennaio ore otto e trenta e sto svoltando a destra per andare verso l’uscita giusta perché l’avevo già fatta la sera prima. Sto raggiungendo gli scalini, divisi in due da uno scorrimano situato proprio al centro, dove sul soffitto c’erano due luci che illuminavano l’entrata alla metro, solo che una era spenta, e l’altra era accesa, altro segnale notato il giorno prima. E visto che la sera prima ero passata sotto quella spenta, e le cose, la sera prima non erano andate male, ero decisa a passare ancora sotto quella spenta, così mi sono incamminata verso gli scalini di destra, ma davanti a me s’era formato un gruppo di peruviani cheinspiegabilmente camminavano molto lentamente e bloccavano il passaggio, così all’improvviso ho cambiato idea e sono passata sotto la luce accesa, dove non stava passando nessuno, che sul momento avevo interpretato come un brutto segnale. Che rischio! avevo pensato, chissà cosa succede adesso, e sono salita su.

2 Risposte to “Resoconto della presentazione del 14 gennaio 2010 alla villa Pallavicini (parte uno)”

  1. ahah, poveri peruviani…

  2. untitled io detto

    no beh, a loro sarà andata bene!

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