Il mio nome sia Gantenbein, Max Frisch

29 agosto 2011

Se qualcuno mi vedesse ora prendere posto su una panchina in questo parco pubblico di Zurigo, non saprebbe dire se è Patsch, il mio cane, che mi porta al guinzaglio o se invece sono io che lo guido. Ho gli occhiali neri, il bracciale giallo, una pipa spenta in bocca e il bastoncino tra le gambe. Sono diventato cieco in seguito a un incidente stradale, e quando hanno tolto le medicazioni mi ero insediato così bene in questo ruolo che non sono più voluto uscirne. Il mondo, dietro questi occhiali, ha il colore del granito o della cenere, del bronzo o dell’inchiostro. Solo il nero rimane nero, tutto il resto si fa opaco e intimo. Ma i vantaggi sono molti: si può chiacchierare o tacere alla cieca, non trovare necessariamente una soluzione a quello che capita, essere vuoti come uno spaventapasseri, senza l’obbligo di avere opinioni su alcunché. Alcune donne, sono convinto, riconoscono i miei sguardi sotto le lenti, e il desiderio che provo, ma ho imparato a toccarle con mani da cieco, e questa è una fortuna. A scacchi posso far finta di saperci giocare mentalmente e la mia stessa solitudine, oppure ogni fiore che mi riesce di osservare in segreto, sono per me una trasgressione e un’infedeltà strepitose. Che il mio nome sia Gantenbein, ho dichiarato a tutti. In fondo, da cieco sono più libero di prima: non devo reagire al mondo per quello che è e a nessuno peserà mai il mio controllo o la mia condanna. Per questo, sono tanto apprezzato. Basta non dire quello che vedo. I tradimenti di Lilla mentre si incipria nel suo camerino. O la sua felicità. Soltanto così, con questo stratagemma, il quotidiano mi è in qualche modo sopportabile. Io posso leggere le parti che gli altri recitano di fronte a me; loro non si accorgono della mia. A meno che ogni storia non sia davvero un’invenzione e io viva appena nelle chiacchiere che si posano come carte da gioco sul bancone di un barman. Come se niente accada mai fino in fondo e con il mio nome si chiami solo il sogno o l’ultimo abito di un uomo abbandonato da una donna, seduto nell’odore di canfora di una casa vuota, tra poltrone ricoperte da lenzuoli bianchi.

Una Risposta to “Il mio nome sia Gantenbein, Max Frisch”

  1. eleonora detto

    l’ho letto da poco. è molto bello. felice di ritrovarlo anche qui, tra queste pagine. ciao e.

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